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Lisa Castellani: Distance/Proximity Stampa
Approfondimenti - Interviste

intervista di Roberta Costantini a Lisa Castellani
in occasione della mostra “Distance/proximity” presso la galleria KN Studio di Verona

Qual è il tuo rapporto con l'arte? Cosa ti ha colpito della fotografia tanto da farla divenire la tua passione e il tuo lavoro?

Il mio rapporto con l’arte…direi che è vitale, ho iniziato a disegnare forme intenzionali quando ancora non avevo cominciato a parlare e da allora ho intrapreso un discorso con l’arte che non si esaurisce e non mi stanca mai.
Credo che della fotografia mi colpisca la capacità di fermare quello che l’occhio vede solo distrattamente, i “fantasmi” dello sguardo e quei dettagli narrativi che sfuggono alla percezione, rendendoli assolutamente plausibili, documentandone il passaggio. Non mi considero una fotografa in senso stretto, non sono interessata al virtuosismo tecnico, che pure apprezzo in alcuni casi. Quello che la fotografia rende possibile all’interno della mia ricerca è uno slittamento dalla realtà al surreale, una sospensione di giudizio che apre a infinite possibilità.

Che importanza ha la natura nelle tue fotografie? " La natura che spunta dai limiti imposti dall'uomo, rivoluzionando schemi e regole date dalla civiltà?

La natura è entrata a poco a poco nei miei squarci di paesaggio urbano, abitando il grigio neutro di luoghi atopici, portando inaspettate epifanie davanti ai miei occhi. La potenza silenziosa delle erbe pioniere mi ha colpito, il disordine apparente della vegetazione spontanea risveglia un sopito senso di appartenenza a quello che ancora vive libero e selvatico. Dai fiori finti, di plastica o tessuto, fotografati in luoghi semi-abbandonati, lontani dalla vita, cui io volevo dare, attraverso l’arte, una seconda occasione, il passaggio è stato inevitabile: è bastato aprire bene gli occhi su quello che mi sta intorno, sulla quotidianità. E’ così, passeggiando, che sono nati i lavori della serie “Walks”.

Le foto de "Giardini all'italiana", hai detto, che rispecchiano la tua intimità e la tua connessione alla natura, appunto. Senti che la società odierna con le sue convenzioni e falsi miti condizioni pesantemente la libertà umana e la possibilità di esprimersi senza regole?

Giardini all’italiana è una ricerca sulla storia culturale dei parchi, luoghi pubblici naturali e al tempo stesso artificiali, costruiti dall’uomo dapprima come hortus conclusus, spazio privatissimo di meditazione e contemplazione, poi sempre più come luogo di rappresentanza e di ricevimento. Il nostro modo di modificare il paesaggio è diventato famoso nel mondo, copiato ed elaborato fin forse all’estremo a Versailles, tra Sei e Settecento. Oggi questi patrimoni sono quasi sempre luoghi pubblici, di proprietà statale, troppo costosi per essere mantenuti come all’epoca in cui furono progettati. Dovrebbero essere luoghi d’incontro e di scambio ma diventano sempre più residui di architettura vegetale, in cui la mano dell’uomo lascia il passo a quella natura selvatica che tende a riappropriarsi della terra.
Ho deciso di stampare queste elaborazioni di disegno-dipinto-foto su ardesia, ricavata tagliando vecchie lavagne. Il supporto diventa parte integrante dell’opera nel momento in cui dà la possibilità di modificarla, intervenendo con gessetti colorati e ridefinendo il disegno, scaldando il freddo ritmo geometrico in bianco e nero dell’immagine. E’ una sorta, anche qui, di seconda opportunità che voglio dare a chi osserva di uscire dalle convenzioni sociali legate ai luoghi e all’opera d’arte. La lavagna poi è un potente mezzo di veicolazione delle idee, dall’utilizzo didattico che se ne fa a scuola a quello che ne faceva Beuys per le sue “lezioni”. Le regole, quindi, vanno costantemente riscritte e ridiscusse, come sulla lavagna in cui, con un colpo di spugna si riapre la questione.

Che funzione ha la fotografia nella tua vita? Fotografia intimista o di denuncia?

La macchina fotografica è uno degli strumenti di studio che prediligo, molto spesso le mie ricerche nascono da un’indagine fotografica, che può concludersi lì o trasformarsi per diventare altro (dal video alla stampa su pvc sovra-dipinta…). Non do mai “etichette” di tecnica troppo esclusive, mi ritengo curiosa, amo la sperimentazione e l’eclettismo nell’arte e nella vita. Credo anche che a volte la “denuncia”, o meglio la capacità di illuminare questioni, passi attraverso un coinvolgimento intimo, personale, per essere compresa e credibile.

Mi racconti l'aneddoto dell'aquilone e degli amici Afghani/Pakistani?

Mi trovavo a Carpi, piazza Martiri: una delle più lunghe d’Europa! La mia intenzione era di far volare lì il mio aquilone, documentando il tentativo di volo attraverso le foto e i video girati dagli astanti. Il materiale, montato e proiettato su una delle vetrine della piazza, era parte del mio progetto per il Festival della Filosofia 2010. Non c’era vento il giorno del volo e tra i curiosi che si avvicinavano il pessimismo sulla mia riuscita prevaleva, finchè un gruppo di giovani uomini, dall’angolo estremo della piazza si è avvicinato. Uno in particolare si è proposto, senza nemmeno parlare, di aiutarmi. Non conosceva l’italiano né l’inglese, io nemmeno una parola della sua lingua, ma l’aquilone è diventato il nostro terreno di comunicazione. Dopo averne saggiato il peso e la portata mi ha chiesto filo e forbici. Abbiamo tagliato e ricucito il cavo in modo da bilanciare meglio il peso delle code, intervenendo sul mio aquilone come chirurghi su di un corpo. Mi sono fidata e credo che questo abbia gratificato i ragazzi più di ogni altra cosa. Fino a che non sono riuscita a farlo volare sono rimasti, per una volta al centro della piazza e non ai margini. Abbiamo poi bevuto una coca-cola insieme e fatto una “foto di gruppo”.

La ricerca del materiale su cui stampare le tue fotografie risulta determinante per dare un significato ulteriore e più profondo al messaggio che vuoi dare. Come scegli i materiali da utilizzare e con quale criterio?

Concepisco il mio lavoro per “nuclei poetici”, ogni ricerca, sebbene legata alle precedenti, necessita di supporti e materiali specifici, che possano esprimere il concetto che la foto o il disegno portano in sé, così supporto e immagine si fondono diventando tutt’uno. A volte recupero oggetti legati a tradizioni popolari passate, come i telai da ricamo; mi piace il rame perché pur essendo un elemento inorganico è il metallo più sensibile agli agenti atmosferici, in continua mutazione. Inoltre la ricerca sulle nuove tecnologie, a basso impatto ambientale, mi porta a cercare supporti sempre più lievi, reversibili, capaci di adattarsi, per esempio, a case i cui muri saranno di vetro-pannello solare, in cui i chiodi non si potranno più attaccare!

Da dove arriva la tua ispirazione e la scelta dei tuoi soggetti?

Quando riesco a vedere in modo diverso le cose che mi circondano, gli elementi della quotidianità, è come un’illuminazione che vorrei rendere condivisibile, collettiva. Credo sia questo che mi muove: indagare l’interstizio tra pubblico e privato, la Storia (con la esse maiuscola) e le storie minori, periferiche, silenziose dei luoghi che attraverso.

La tua è una fotografia dal carattere sognante, intimista in cui compari molto spesso come soggetto. Come mai questa scelta?

La mia “comparsa”, attraverso l’autoscatto, nelle immagini è abbastanza recente, i miei soggetti sono sempre stati più riferibili al paesaggio urbano, per quanto sognante e abitato da riferimenti privati. Dopo un periodo di ricerca e formazione in ambito di public art e progettazione partecipata, collaborazioni con fondazioni come Cittadellarte e artisti come Cesare Pietroiusti, ho sentito la necessità di “girare l’obiettivo” in una sorta di verifica di me stessa, per capire come è mutato e come può interagire il mio corpo, la pelle, i capelli, con il mondo che indago. Però non si tratta quasi mai di autoritratti, né di ripiegarmi in maniera autoreferenziale su me stessa: concepisco il mio corpo come il diaframma organico che può mettere insieme il mondo del sogno e quello del quotidiano, utilizzandolo in modo performativo, a colmare la distanza tra l’interno e l’esterno.