| Marco Ceccarini |
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| Artisti - Marche |
Per l’artista, l’opera agisce come specchio catalizzante la natura intuitiva del fruitore, che inizialmente attratto dal piacere estetico trasmesso dall'opera scopre, ad una lettura più attenta, quello che egli stesso è in grado di proiettarvi. Quindi la comprensione di sé stesso.Piccola biografia e introduzione alle opere.Irrequieto, rimasto orfano di padre, a 16 anni prova a vivere da solo prima a Nizza poi a Venezia ritraendo turisti; esaurita questa esperienza e scioccato dall’inutile violenza innescata dai moti del ’68 parte volontario in Marina. Finita la ferma termina gli studi e, nel ’73, si diploma come Maestro d’Arte all’Istituto Statale d’Arte di Urbino. La prima proposta di lavoro la riceve dall’Accademia di Belle Arti di Lecce come assistente di disegno dal vero ma, per varie traversie e impellenti necessità economiche, si divide invece per alcuni anni tra Rimini e la Svizzera operando come grafico, per approdare infine nel ’76 alla Armando Curcio Editore di Roma. Roma: una occasione irripetibile per immergersi tra le sue innumerevoli opere d’arte. Tra tutte, sono le numerose visite ai Musei Vaticani e alle catacombe cristiane a fargli capire che ogni ‘segno’, ogni ‘colore’ deve essere vissuto e interpretato nel luogo di origine: per “capirli” realmente vanno fruiti con le luci, i suoni, gli odori e i panorami che li hanno ispirati; ciò lo spinge a viaggi in terre e arti lontane nello spazio e nel tempo. Visita così i luoghi ove vissero Maya, Atzechi, Toltechi, viaggiando in sacco a pelo per non perdersi nemmeno un angolo pur recondito e selvaggio che sia. Visita poi le grotte paleolitiche di Altamira, di Lascaux 2 (così chiamata la sala adattata a replica per la chiusura del complesso originale)… ovunque resta impressionato dalla potenza espressiva (magico/compulsiva) che semplici “segni” riescono a trasmettere. Manca ancora un qualcosa… l’impulso finale arriva guardando i mosaici policromi del Museo del Bardo a Tunisi: sposta così il suo interesse sull’unico popolo che seppe dare diretta continuazione alla civiltà ellenistica e classica per circa mille anni: i Bizantini. Ne scaturisce un affascinante viaggio attraverso la Cecoslovacchia, la Polonia, la Jugoslavia, il Montenegro, la Grecia e infine la Turchia (non dimenticando i mosaici ravennati…). In quegli anni conosce la potenza comunicativa e spirituale di Giovanni Paolo II. Le parole “aprite, anzi spalancate le porte a Cristo” lo liberano delle catene del quotidiano e, nel 1980, si licenzio per tornare a Urbino: luogo ideale per lavorare con concentrazione. Presentato dalla Galleria d’Arte Raffaello espone (oltre a varie collettive) al Palazzo Ducale di Urbino sale del Castellare, alla Casa Raffaello di Urbino, alla galleria d’arte Il Prisma di Verona, all’Expo Arte di Bologna etc.. Il riscontro è favorevole ma è sono ancora soddisfatto del suo operare: sente che non ho raggiunto il suo obiettivo “interiore”. In questo periodo (1983) Elio Marchegiani (direttore dell’Accademia di Belle Arti di Urbino) gli offre il posto di assistente di disegno dal vero e Don Italo Mancini (direttore della facoltà di Scienze Religiose all’Università di Urbino) gli propone la cattedra di assistente alla Facoltà di Scienze della Formazione Design e Discipline della Moda, ma rifiuta perché convinto che saper insegnare sia un ‘dono’, ed egli non crede di possederlo. Marchegiani lo spedisce di forza a Roma dal Prof. Giorgio Di Genova e da questi, oltre all’accettazione della presentazione di una mostra da tenere a Brindisi, riceve un consiglio e “una sua intima previsione”: che per evolversi bisogna aprirsi all’arte in toto (avere quindi non solo il gusto del fare, ma anche capire il perché del fare) e che o avrei fatto ciò o avrei probabilmente smesso di dipingere. Si ricordo allora di uno scritto di Jacob Boheme (1575-1624 C.E.): “Ciò che impedisce agli uomini di vedere e udire Dio (e quindi il nostro io) è il loro udito, la loro vista, la loro volontà. Con la loro volontà essi si separano dalla volontà di Dio. Vedono e sentono con i propri desideri, i quali impediscono loro di vedere e sentire Dio. Cose terrestri e materiali li tengono all’oscuro e non riescono a vedere al di là della loro natura umana. Se stessero fermi, desisterebbero dal pensare e dal sentire con i propri egoismi, se vincessero la loro volontà, entrassero in uno stato di abbandono, in una divina unione con Cristo che vede Dio, ode Dio e parla con Lui, che conosce il modo e la volontà di Dio, allora l’eterno udire, vedere e parlare sarebbe loro rivelato.” Parafrasando, abbassando i toni del gusto del fare (apparire), si esalta il perché del fare (essere). Ecco il dualismo del pavone! Si immerge quindi nelle mille e mille sfaccettature racchiuse nella parola “arte”. Sono questi gli anni in cui si amalgamano in lui tutte le esperienze vissute e “rivisitate” in questa nuova ottica. Grazie all’acume della donna che condivide la sua vita, riesce a trovare un giusto equilibrio tra le necessità del quotidiano (il rapporto con gli altri) e l’evoluzione che la sua sfera interiore sta vivendo; quel quotidiano che ora comprende anche tre stupendi figli. Vi è però un ultimo, arduo ostacolo: come attirare l’attenzione di un popolo che ‘corre’? Abituato a ‘novità’ artistiche proposte a ritmo incalzante e allo stesso ritmo frenetico pronto a dimenticarle? Come dar forma ad opere che sommando il passato dell’uomo al suo presente facciano sì che ogni accadimento diventi a noi contemporaneo e stimolo positivo per il futuro? Non sbalordire ma coinvolgere senza tuttavia cadere nella banalità del “simile” o del “già fatto”? La soluzione che trova è di una complessa semplicità: sa che i simboli pittorici che hanno accompagnato la storia dell’uomo per millenni fanno ormai parte del nostro DNA; sa che l’arte bizantina come l’arte africana, asiatica, dell’america latina etc., è l’espressione più profonda di un amalgama animistico/ spiritualistico/artistico tramandato e arricchito da miliardi di “individualità” per secoli e secoli…; sa che per farsi capire bisogna altresì parlare un linguaggio a tutti comprensibile, a prescindere dal retaggio culturale; sa che la società contemporanea si basa (volontà economica e/o politica) ormai più sull’apparenza dell’essere che sulla sua sostanza, ossia che l’era dell’Homo Sapiens Sapiens è inquinata dall’attacco che Belial (l’angelo ribelle) porta allo spirito; sa che in natura esiste un animale che può rappresentare questi cambiamenti sociali in atto: il PAVONE, insuperabile nel suo apparire e maestro nell’attrarre e che inoltre possiede la giusta ambivalenza propositiva che cercava essendo il pavone anche, in età paleocristiana e medievale, sinonimo di resurrezione e rinascita, rappresentato in calici come “fonte di vita”; sa che il risultato finale dell’opera NON dovrà essere una mera reinterpretazione di varie tecniche pittoriche MA la somma dei mondi interiori posseduti e tramandati da quei popoli, capiti, assorbiti nel proprio intimo, filtrati dalla propria personalità sino a diventare una esigenza espressiva ineludibile e solo allora proposta all’uomo di oggi con un linguaggio che pur vivendo nel presente risalti antichi echi; sa che il materiale pittorico nonché la superficie cromatica con esso realizzata avrà una sua particolare influenza inconscia e dovrà essere agganciato all’oggi. Dalla somma di tutto ciò emerge un linguaggio espressivo, caldo e coinvolgente, in grado non solo di rispondere a tutti i requisiti elencati ma drasticamente contemporaneo: il linguaggio del Pavone, l’Ars Pavonis; perché è questo l’uomo che i meccanismi di questa società stanno creando: l’Homo Pavonis (l’uomo del pavone): grazie a questo dualismo insito nel pavone, le opere sono al contempo soddisfazione visiva e messaggio, stimolo per una ri-nascita interiore, vuoi spirituale che morale. Nascono così opere composte da “segni” semplici, intrisi di luce, ombra e colore (1) … amplificate da un “fastoso” gusto decorativo (2)… realizzate con materiali attuali come plastica, metalli, acrilici… (3) … utilizzando appunto il linguaggio del Pavone per catturare l’attenzione del fruitore e ridestarne la curiosità assopita (quella curiosità che è la porta dell’anima), cercando così di far ridestare nei contemporanei quel senso del ‘bello’ che altro non è che il gusto per la vita! (4)
Ed è per sconfiggere questa ‘abitudine’ che spinge il suo richiamo alle soglie della morte… solo prendendo coscienza di ciò verrà nuovamente ‘assaporato’ il dono ricevuto: la vita. Osservando le opere a ‘luce radente’ si evince un profondo distacco tra la materia inerte, ‘piatta’ (i meravigliosi colori del pavone) e quella vitale, con ‘spessore’ (l’uomo): oltre a riflettere l’uso bizantino di creare un fulcro ottico, questa tecnica dà all’artista la possibilità di sottolineare in modo ancor più drammatico la grandiosità dell’”evento uomo” e il distacco in essere tra noi e la natura; non più vissuta ma percepita ormai, appunto, come sfondo al suo ‘essere del pavone’. Viene altresì celata la presenza (comunque condominiale) di uno dei due aspetti che meglio rappresentano l’opera; nell’accostarsi ad essa emerge la sensualità che permea la vita (dono stupendo a noi fatto) che si può ‘assaporare’ se chiudendo gli occhi si accarezza la tela: la materia al tatto resta soffice, calda… o aspra, selvaggia… Si può notare che i materiali adottati sottolineano un aspetto non secondario della vita (ma tremendamente influente a livello di inconscio): l’attimo. Qualunque sia il soggetto, l’attimo è pesantemente inamovibile (anche se l’occhio percorrerà gioiosamente l’opera difficilmente troverà punti di ancoraggio) ma fluido nel pensiero che suscita: ciò porterà il fruitore a riflettere su quell’attimo, ma non a immaginarne il seguente: la sua mente balzerà direttamente al complesso quadro generale legato alle problematiche ad esso contingenti. Così ha spalancato una porta sui grandi temi facendo passare il fruitore per ‘il buco della serratura’, il mio quadro. Grande fonte di ispirazione in alcuni passi (delle traduzioni) dei rotoli di Qumran; le frasi ‘surreali o poetiche’ che vi appaiono sono apparse come tasselli mancanti per la sua opera. BELIAL: tutto è compiuto… sottolineando appunto l’attuale momentanea vittoria dell’apparire sull’essere segna un passo avanti: la graduale prevalenza dei colori legati all’apparire ‘soffoca’ l”Io” e per sottolineare questo aspetto era sua abitudine, durante le mostre, ‘vestire’ alcune persone con abbigliamento riproducente le opere esposte per creare un filo diretto tra l’arte e l’uomo. L’Io si è troppo allontanato dalle sue radici inconsce (effetto luce radente!!); le meraviglie della scienza e della tecnica sembrano utilizzate quasi esclusivamente come fonte di guadagno e quindi tutto viene proposto come oggetto di consumo, persino i sentimenti. E’ quindi come logica evoluzione l’apparire nei suoi ultimi lavori di sfondi in bianco e nero “rapiti” alla pubblicità: l’ultimo tentativo di creare una riflessione basata più che mai sul quotidiano. Nella sua tavolozza è quasi totalmente assente l’azzurro.Il blu archetipo del conformismo occidentale etc. Partecipazioni a eventi culturali19 maggio – 1 giugno: Segnali di oggi Galleria
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